Flora Protetta

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Quando si pensa o si opera per la difesa della natura, si dimentica spesso una verità molto semplice. Nessuna creatura vivente, incluso l'uomo stesso, potrebbe sopravvivere sulla Terra senza il "mondo verde" delle piante. E perciò conservare la flora (le singole entità botaniche) nonché la vegetazione (le complesse associazioni tra loro formate) è altrettanto impor­tante che non salvaguardare la vita animale: anzi, ne costituisce l'indispensabile presupposto. Non sempre questa elementare verità viene compre­sa a fondo. Ben poco si conosce delle innumerevoli minacce che, a causa dell'uomo, incombono sulla flora: ancor meno si fa, in concreto, per scongiura­re almeno i pericoli più gravi e immediati. Spogliata del proprio "manto verde", la Terra languirebbe e l'umanità sarebbe condannata senza scampo: basti pensare che tutta la popolazione del pianeta trae oggi gran parte delle proprie risorse alimentari da non più di 30 essenze vegetali, sfruttate direttamen­te (e cioè come cibo) o indirettamente (come nutri­mento per la fauna selvatica o il bestiame domesti­co, che le trasformano in proteine). Ma se tutto ciò appare abbastanza ovvio, pochi hanno invece ben presente quanto sia grande l'importanza delle piante da altri punti di vista, che vanno dalla produzione d'ossigeno per l'atmosfera e dal filtraggio dell' aero­sol, fino a benefici più indiretti, a volte semplice­mente di carattere culturale e spirituale, ma non per questo meno preziosi. A sua volta, il mondo vegetale ha necessità essenzia­le degli animali , anche se ciò non sempre risulta evidente a prima vista. Senza gli animali erbivori, i vegetali si espanderebbero in misura eccessiva, som­mergendo il pianeta, invadendo le acque e sconvol­gendo ogni equilibrio ecologico. E senza gli Insetti impollinatori, circa l' 80% delle essenze non frutti­ficherebbe, e sarebbe condannata al declino o addi­rittura all' estinzione. Del resto, se non esistessero gli Uccelli
L'Associazione vegetale: un complesso prezioso
Le piante vivono sulla Terra distribuite non a caso, ma secondo leggi precise e ferree regole ecologiche: e si raggruppano in consorzi dalla fisionomia evi­dente, noti come associazioni vegetali e studiati da quella branca della botanica che si chiama fitoso­ciologia. Alcune di queste associazioni, come le foreste, sono più ricche e produttive di altre: è logico quindi che l'uomo cerchi di ricavare da esse alcune delle risorse essenziali alla propria sopravvivenza. Ma così facen­do, agisce spesso irrazionalmente, poiché superando un certo rapporto di equilibrio finisce con l'impoverire e persino distruggere il patrimonio basilare fonte della ricchezza: fino a condannare se stesso e i propri successori alla fame e alla disperazione futura. Nell'ultimo mezzo secolo la crescente avanzata del progresso, l'impulso più sostenuto delle comunica­zioni e gli effetti della rivoluzione tecnologica hanno infatti determinato trasformazioni delpae­saggio e dell' ambiente ben più profonde e dramma­tiche di quelle registrate nei precedenti secoli e mil­lenni. Sono sintomi ben noti di questo processo la deforestazione progressiva, la colonizzazione inva­dente di specie rustiche e adattabili, l'inquinamento genetico e la banalizzazione irreparabile, l'impoveri­mento floristico con perdita delle entità più vulne­rabili e delicate, la scomparsa o la riduzione di tutta una serie di formazioni vegetali tra cui spiccano quelle palustri, planiziarie e riparie, quelle alofile e psammofile e persino quelle marine (come le prate­rie a Posidonia oceanica). Ma alle soglie del Terzo Millennio due fenomeni ben più vasti e rilevanti, tra loro connessi, s'impon­gono all'attenzione del mondo culturale, scientifico e conservazionistico. Si tratta dell'incontenibile distruzione della "giungla", o foresta tropicale umida, ritenuta l'ambiente più produttivo e ricco di specie, ma anche meno noto e ancora straordinaria­mente prodigo di sorprese per la scienza e di risorse per il benessere dell'umanità (la vita della "volta" della foresta pluviale primaria ha incominciato ad essere esplorata soltanto in questi ultimi anni). La foresta tropicale umida è già stata annientata per metà dall'uomo in epoca storica relativamente recente: secondo le valutazioni delle più autorevoli Organizzazioni ambientaliste internazionali, essa scompare attualmente al ritmo di 40 ettari al minu­to, ed ogni anno ne viene distrutta una superficie superiore ai l0 milioni di ettari, più grande dell'Austria o della Svizzera. Eppure, è proprio qui che la vita sulla Terra ha raggiunto - nel corso di 60 milioni di anni di evoluzione sempre più complessa - alcune delle sue espressioni più elevate. Benché questo mantello verde non ricopra che il 7% delle terrè emerse - sostanzialmente diviso in 3 grossi nuclei rispettivamente dislocati nell'Amazzonia, nel bacino del fiume Congo e nel Sud-Est Asiatico - è un fatto acclarato che proprio qui si concentra oltre metà delle specie viventi, in gran parte tuttora sco­nosciute alla scienza. Un solo ettaro di foresta lati­no-americana può ospitare circa un centinaio di specie diverse di alberi, quante ne vivono in Europa su superfici enormemente più vaste. A questo "diluvio universale" di nuovo genere che imperversa agli albori del Terzo Millennio conse­gue, anche per una serie di effetti indiretti, l'avanza­ta del processo di desertificazione su una superficie almeno doppia ogni anno, con tragiche ed irreversibili conseguenze ecologiche, climatiche, idrogeolo­giche, faunistiche ed anche umane, culturali e socioeconomiche, e in definitiva politiche. Arrestare questa vera e propria "apocalisse" del Ventesimo secolo è un imperativo prioritario di estrema attualità, che deve coinvolgere il mondo ambientalista e la comunità scientifica di ogni Paese. Tuttavia l'idea della conservazione dell'ecosi­stema forestale, che pure ha origini lontane - il tra­dizionale culto per l'albero e il millenario rispetto per la foresta hanno profonde radici storiche, reli­giose e culturali - progredisce più lentamente che non la sua devastazione. Da questa idea civile e lun­gimirante l'umanità si è ripetutamente allontanata nelle epoche d'involuzione e regresso, ma ha poi dovuto sempre riscoprire e riconoscere, alla base della protezione del proprio ambiente verde, nuove motivazioni e più ricchi valori. Così la selva, il bosco e la foresta hanno rivelato più aspetti e dimensioni - produzione, tutela, educazione e ricreazione, ricerca - di quanto non fosse lecito sup­porre in passato. La Strategia Mondiale della Conservazione attribuisce alla. salvaguardia dell' eco­si tema forestale un valore essenziale e un significato multiplo, in funzione non solo d'una tutela fine a se stessa, ma anche d'una razionale produzione - nei limiti "ecologici" del prelievo durevole di risorse naturali rinnovabili - per lo sviluppo della società umana. Di conseguenza l'esigenza conservazionisti­ca ispira la tutela rigorosa dei nuclei primari e rap­presentativi di foresta, ma consente pure lo sfrutta­mento orientato di quelli secondari. Inoltre l'estensione forestale globale va non solo mantenuta costante, ma anche ampliata ripristinan­do gli ambienti sacrificati, contrastando i processi di degradazione ed invertendo la tendenza alla deserti­ficazione in atto sulla Terra. Ma se ormai il mondo sta rendendosi conto, sia pur tardivamente, delle tragiche minacce incombenti sulle foreste umide tropicali, appare in verità ancora assai distratto e poco ricettivo sulla sorte dj altre for­mazioni vegetali altrettanto in pericolo, dalla foresta tropicale "secca" alle "macchie" meno vistose ma non certo poco significative delle varie parti del mondo (dal "matorral" al "chaco", dal "veld" al "bush" dal "chaparral" alla "gariga"). Né maggior rilievo viene riconosciuto, ad esempio, alle associa­zioni vegetali più gravemente minacciate in Italia: ad esempio macchia mediterranea, brughiera insu­brica, torbiera, marcita, bosco igrofilo, lamineto, formazioni riparie a platano e ad oleandro, vegeta­zione alofila, crucianelleto, vegetazione di barena, di risorgiva e di calanco, e così via. Per tornare alle formazioni boschive, va sottolineato che, come spesso accade, scarsa attenzione viene prestata proprio alle foreste più vicine, e cioè a quel le temperate, che non per questo risultano al momento attuale più protette e al sicuro delle altre. Vi sono nel mondo oltre 2 miliardi di ettari di foreste temperate, ma si tratta per lo più di eco si­sterni in rapido deterioramento: distrutti dal taglio e dal fuoco, impoveriti e banalizzati da sfrutta­menti in controllati, colpiti da inquinamento e deposizioni acide. Negli Stati Uniti e nel Canada, un vivace dibattito è in corso sul destino delle ultime antiche selve pri­mitive del versante Pacifico nordoccidentale, dove sequoie, pseudotsughe ed altre gigantesche conifere che superano i 500 anni d'età e sfiorano i 100 metri d'altezza vengono abbattute per scopi di produzione di legname, con il pieno consenso delle autorità competenti. In molti Stati sudamericani, come il Cile, viene incoraggiato il taglio a raso di antiche foreste spontanee per rimpiazzarle con piantagioni artificiali di essenze esotiche, non di rado monocol­ture di eucalipti. In questo modo non solo gli alberi e gli eco sistemi forestali sono perduti, ma scompaio­no anche il paesaggio, il suolo fertile, l'equilibrio idrico e la fauna endemica, mentre si apre la via alla degradazione e all'invasione di parassiti. L'inquina­mento atmosferico ha le sue pesanti responsabilità, avendo portato negli anni Settanta alla distruzione o al severo danneggiamento di circa 50 milioni di ettari di foreste temperate solo in Europa. Né meno colpite risultano altre aree, come gli Stati Uniti orientali e la Cina. Anche la situazione dei Paesi in apparenza più solidi presenta spesso falle rilevanti. Ad esempio la Svezia, citata normalmente come Paese modello perché per il 58% ricoperto di boschi, è assai più fragile di quanto non appaia. Gran parte di questi boschi risulta infatti d'impianto artificiale, o pesantemente sfruttata, e la foresta primaria viene eliminata a ritmo tale che entro 15 anni, a parte qualche Riserva, potrebbe scomparire del tutto. Negli ultimi anni, conflitti piuttosto forti si sono scatenati tra le compagnie forestali e i Lapponi che detengono i diritti di pascolo: le renne infatti si nutrono di Licheni che crescono solo sui vecchi alberi, e i nuovi boschi artificiali, eccessivamente sfruttati, non pro­ducono più cibo per questi animali. L'intento del WWF internazionale, che sta lancian­do un vasto programma mondiale per sollecitare i governi a preoccuparsi della. sopravvivenza a lungo termine delle foreste temperate, è assicurare entro il 1995 una gestione sostenibile degli ecosistemi fore­stali finora ignorati, o trattati da decenni con prati­che di gestione miopi e disastrose. Una domanda che spesso sorge spontaneamente al naturalista è: ma in Europa esistono ancora foreste "vergini" o primarie? Gli ultimi boschi primigenii del nostro continente - fòret vièrge, prasuma non sono che varianti linguistiche d'uno stesso concetto - sono in effetti pochi, ridotti e remoti: ma vengono difesi ad oltranza nei vari Stati che hanno saputo preservarli, rappresentando qualcosa di unico, su cui dovrebbe concentrarsi l'attenzione degli studiosi. Anche perché la foresta di Perucica in Jugoslavia, come quelle di Romwald bei Lunz am See in Austria, della Slatioara in Romania, di Bialowieza in Polonia, di Derborence in Svizzera, di Kentriki in Grecia o di Paranganitsa in Bulgaria - tanto per citare alcuni degli esempi più famosi - rappresenta­no la prova vivente d'un assioma ben presente a tutti i veri naturalisti. E cioè che la selva originaria ed intatta costituisce il più ricco, stabile e produtti­vo degli ecosistemi forestali, dove possono sopravvi­vere forme di vita animale tra le più rare e pregiate, e in cui pulsa il respiro d'una realtà primordiale ormai scomparsa altrove. Smentendo clamorosa­mente la tesi d'una certa moderna tecnocrazia fore­stale, secondo cui il bosco non tagliato e lasciato a se stesse morrebbe inevitabilmente di vecchiaia. E se non si conoscono le foreste già menzionate, si potrà almeno ammirare qualcuno dei pochi lembi di selva intatta sopravvissuti in Italia, come nel cuore del Parco Nazionale d'Abruzzo o sui Monti di Orsomarso in Calabria. Si comprenderà allora facilmente perché non solo recessi simili debbano restare inviolati: ma sia necessario lasciar sviluppare spontaneamente anche parte delle foreste adiacenti meno alterate dall'uomo, perché evolvano verso aspetti e strutture più naturali. Solo così potranno offrire habitat ideale a tutta la preziosa fauna in pericolo, che va dall'Orso bruno alla Lince, dall'Astore al Picchio nero, e alle migliaia di creatu­re più piccole e sconosciute delle comunità zoologi­che più importanti dell' ecosistema forestale tempe­rato e mediterraneo. La selva primigenia, inoltre, può offrire sensazioni e scoperte uniche, capaci di arricchire spiritualmente l'individuo non meno ­della contemplazione d'un capolavoro dell'arte o dell'ascolto d'un brano di musica classica. Anche al più distratto osservatore, del resto, non sfuggirà un particolare: nel bosco fitto e intricato, quasi buio anche in pieno giorno, si cammina tra suoni e richiami imprecisabili su un tappeto di erbe fresche e compatte, ricco di umidità anche nella calura esti­va, e con acqua ruscellante ovunque persino nei momenti di massima siccità. Ecco perché una vera foresta - questa specie di "spugna"che trattiene le precipitazioni, per poi restituire il prezioso liquido un poco alla volta nel corso dell' anno - significa anche ricchezza di acqua, condizione essenziale di vita per gli animali e l'uomo stesso.

Le specie floristiche: ognuna diversa e indispensabile Ogni specie vegetale rappresenta un universo a sé, un elemento indispensabile all'equilibrio naturale e alla vita di altre entità vegetali o animali. Se scompare una pianta, ciò potrebbe condannare prima o poi all'estinzione anche una o più specie zoologiche,legate ad essa dai complessi e misteriosi rapporti che reggono gli equilibri ecologici e dei quali non riusciremo mai ad afferrare che una minima parte. Come allorché l'impollinazione avvenga ad opera di Insetti più o meno piccoli, che proprio per il ruolo che svolgono nella riproduzione dei vegetali - favorendo il contatto tra le parti maschili e femminili della stessa pianta monoica, o tra gli individui maschili e femminili allorché l'essenza è dioica - e nella stessa disseminazione successiva, risultano essenziali alla loro sopravvivenza. È il caso più frequente nel nostro Paese, dove Coleotteri, Ditteri, Imenotteri e molti altri Insetti svolgono questa preziosa e insostituibile funzione: che non sembra del resto completamente disinteressata, ove si pensi che senza quei vegetali, gli animali impollinatori e disseminatori sarebbero senz'altro condannati a scomparire per sempre. Se dunque è chiaro perché ogni specie è importante e insostituibile, molte sono purtroppo le entità vegetali minacciate di estinzione. Le specie, come gli individui, possono morire: dopo che la natura le ha faticosamente modellate attraverso un' evoluzione di milioni di anni, l'uomo incosciente può fare scomparire in un attimo. Esiste una Lista Rossa dei Vegetali in pericolo, redatta dall'UICN (Unione Mondiale per la Natura), la più autorevole organizzazione che operi in tale campo. Tale Lista comprende 250 specie botaniche la cui sopravvivenza è minacciata, ma in realtà il pericolo è almeno cento volte più grande. Gli specialisti hanno infatti calcolato che le piante in pericolo sono circa 25.000, un numero impressionante se si considera che rappresenta circa un decimo delle piante da fiore, o Fanerogame, che contano oltre 250.000 specie finora note in tutto il mondo (restano escluse le Crittogame, vale a dire Batteri, Funghi, Alghe, Muschi, Licheni e Felci). Valutazioni più recenti stimano addirittura a 60.000 le specie vegetali a rischio sull'intero pianeta. Oggi si calcola già che le piante viventi sulla Terra scompaiano al ritmo di una al giorno, ma non è lontano il momento in cui verranno distrutte alla cadenza incalzante di una ogni ora. Di conseguenza è stato previsto che, continuando con l'attuale tendenza, almeno un milione di specie animali e vegetali saranno annientate entro la fine del secolo. Anche la flora italiana presenta, purtroppo, molte piante in pericolo, come ad esempio la Primula di Palinuro (Primula palinuri), splendido e raro endemismo meridionale localizzato sulle coste rocciose del Mezzogiorno, in pochissime località tra Campania e Calabria. Un altro fiore notoriamente minacciato, soprattutto per la sconsiderata raccolta che ne fanno escursionisti e collezionisti, è la famosa Stella alpina o Edelweiss (Leontopodium alpinum), con la vicariante appenninica (nivale) che, confinata a pochissime zone montuose dell'Italia centrale, risulta ancor più rara e fragile. Né meno insidiato è il futuro della curiosa orchidea Scarpetta di Venere (Cypripedium calceolus) - così detta per pagana tradizione, mentre la cultura cristiana preferisce chiamada Pianella della Madonna - che è appunto uno di quei vegetali cui la convivenza con il mondo animale è indispensabile per la prepetuazione della specie. Lo strano fiore concavo, che vegeta ormai solo in poche zone alpine e pochissime appenniniche, tra cui il Parco Nazionale d'Abruzzo, custodisce un profumo penetrante in una trappola ben diversa da quelle micidiali delle piante carnivore tropicali o nostrane: è un congegno non mortale, perfetto, che sfrutta gli inconsapevoli animaletti pronubi semplicemente come portatori di polline, per consentire la riproduzione della specie. Anche tra gli alberi esistono in Italia entità da proteggere con impegno e urgenza: basti pensare all'Abete dei Nebrodi (Abies nebrodensis), di cui non sopravvivono in Sicilia che venticinque assediatissimi esemplari, alla Vallonea (Quercus macrolepis) dell' estremo tacco meridionale della Puglia ed anche allo straordinario colosso vegetale del Pollino, il Pino loricato (Pinus leucodermis) per la cui salvezza sono state combattute tante battaglie, che ne hanno fatto un poco il simbolo delle nostre piante in pericolo.

I singoli esemplari arborei: alla salvezza degli ultimi patriarchi
Ma un aspetto singolare del mondo vegetale è che qui, a differenza del mondo animale, è abbastanza normale occuparsi anche della salvaguardia di singoli esemplari di piante, specialmente ove si tratti di colossi arborei giganteschi e plurisecolari, d'importanza eccezionale sul piano storico, naturalistico e paesaggistico. Gli alberi non si spostano, e possono dunque facilmente essere catalogati e censiti: in molti Paesi del mondo questi "patriarchi della natura" rappresentano il più cospicuo ornamento delle foreste e, talvolta, vengono addirittura contrassegnati da una speciale segnaletica, che consenta non solo di tutelarli, ma anche di ammirarli, dedicandovi spesso appositi itinerari educativi. Anche in Italia, nel 1971, il WWF ha lanciato con l'ausilio del Parco Nazionale d'Abruzzo una campagna per difenderli, detta "Operazione Grande Albero", che ha riscosso grande interesse presso il pubblico, suscitando però minori entusiasmi da parte delle cosiddette Autorità competenti. Le segnalazioni, giunte a centinaia da ogni parte d' Italia, consentirono di tracciare un primo, sommario inventario della situazione, adottando le prioritarie misure di urgenza per salvare il salvabile. La situazione era piuttosto preoccupante, e il futuro di queste piante eccezionali appariva estremamente precario. Per boscaioli e forestali, infatti, non si trattava che di "piante mature, stramature, deperienti e seccaginose", e quindi di ostacoli da eliminare: e non fu affatto facile tentare di modificare questa mentalità ormai incallita. A distanza di circa vent'anni, tuttavia, qualcosa è stato ottenuto: a parte i Parchi Nazionali dove questi alberi erano già (o avrebbero dovuto essere!) intangibili, in altre Aree protette, come i Parchi Regionali e le Riserve Naturali, le Foreste Demaniali o le Tenute Presidenziali, l'attenzione verso i colossi verdi è stata intensificata; e molti privati hanno aderito alla convezione proposta, impegnandosi formalmente a difendere i propri alberi plurisecolari. Inoltre, hanno finalmente incominciato a muoversi anche le Regioni: lo sperimentarono fin dal 1973 le Marche, ponendo sotto tutela gli alberi di alto fusto e specialmente le querce tipiche del paesaggio collinare preappenninico. Nel 1978 l'Alto Adige ha sottoposto a vincolo 147 singoli alberi o gruppi arborei monumentali, e nel 1980 l'Emilia-Romagna ha sancito la conservazione degli storici faggi ed aceri di Lizzano in Belvedere, e specialmente di quelli siti presso il Santuario della Madonna dell'Acero. Quanto ai Comuni, che avrebbero potuto essere i veri, grandi protagonisti dell'Operazione, la risposta è giunta sporadica e inadeguata. Nel 1976 l'amministrazione di Spinoso, in Basilicata, aveva rotto il ghiaccio deliberando la protezione del magnifico e colossale faggio di Don Francesco sul Monte Raparo. Più tardi, nel 1982, il Comune di Vastogirardi, nel Molise, l'ha imitata, assicurando la tutela del cosiddetto "Faione", un altro faggio plurisecolare che vegeta accanto al tratturo Celano-Foggia, nella Valle di Santa Maria. Ma è possibile che solo 2 Comuni italiani, su 8.000, vogliano davvero proteggere i loro patriarchi verdi? Successivamente, si è mosso anche il Corpo Forestale dello Stato, che ha condotto un censimento su scala nazionale, tramite le 1.200 stazioni sparse in tutta Italia, per individuare gli. alberi "monumentali o celebri", che per dimensioni e caratteristiche particolari si ponessero fuori della norma o mostrassero età secolare. Dalle prime segnalazioni periferiche di 22.000 unità è stato ricavato un elenco di circa 2.000 individui classificati come "interessanti", e di questi un nucleo ancor più ristretto ha avuto l'onore di una sommaria menzione in una serie di lussuose pubblicazioni nelle quali, in verità, sarebbe arduo rinvenire un cenno sulla storia, l'ispirazione e gli stessi soggetti primi promotori della campagna, ma anche su eventuali efficaci misure adottate a salvaguardia dei singoli "patriarchi della natura". La campagna per i grandi alberi ha avuto terreno di applicazione ideale nel Parco Nazionale d'Abruzzo, dove da circa 20 anni nessun "patriarca della natura" è stato tagliato e le stesse foreste più importanti, per un'estensione di circa 20.000 ettari, sono state lasciate completamente intatte grazie ad un' assunzione in gestione da parte dell'Ente Parco, che corrisponde ogni anno canoni ai Comuni proprietari per oltre l miliardo di lire, quale prezzo per la efficace tutela dell' eco sistema. Si tratta di un esempio non frequente in Europa, dove la maggior parte dei Parchi ricchi di boschi risultano soggetti a sfruttamento silvicolturale, sia pure limitato, da parte delle autorità forestali o sotto il loro controllo. Per vincere questa battaglia, tra i molti metodi impiegati uno dei più efficaci è stato la diffusione del manifesto "Il Grande Albero", che illustra chiaramente la complessa e varia vita che si sviluppa intorno a ciascun patriarca verde plurisecolare colossale in via di disfacimento. L'incomprensione del valore dei vecchi alberi, se trova alimento nella sete di guadagno e nell'indifferenza culturale dei tempi, nasce infatti anche da una profonda ignoranza ecologica di ciò che essi.,rappresentano anche per la vita degli animali: alcuni dei quali scomparirebbero per sempre senza i colossi plurisecolari, contorti, cavi, semi disseccati o addirittura marcescenti. Senza i patriarchi verdi sarebbe senz'altro compromessa l'esistenza di molti uccelli, come i Picchi, le Cincie, le Upupe, le Balie dal collare, i Rampichini, quasi tutti i più importanti Rapaci notturni, e parte di quelli diurni. E verrebbero eliminati anche molti Mammiferi , come le Martore, i Ghiri, gli Scoiattoli, i Gatti selvatici ; senza dire della fauna minore, e della quantità incredibile di Microrganismi, Insetti, Molluschi e altri Invertebrati, che trova ricetto proprio nei vecchi tronchi cariati, deperienti o in via di disfacimento naturale. Tutta questa fauna, che poi rappresenta la componente più preziosa ed esclusiva del bosco, è legata al grande albero per il cibo, il nido, la tana, il riparo o anche la sosta e l'osservazione momentanea: quegli stessi animaletti che uccidono e decompongono l'albero, cariandolo, scortecciandolo e minando ne rami, foglie o tadici, rappresentano il) realtà gli anelli primordiali d'una catena alimentare essenziale per i più rari ed interessanti animali della selva. Come potrebbe un Picchio nutrirsi e nidificare in un bosco di soli fusti giovani, sani e diritti, collocati a regolare distanza l'uno dall'altro? E gli stessi Insetti, Aracnidi e persino Anfibi, come le Salamandre, esercitano nel bosco una quantità di altre funzioni invisibili e preziose, come il trasporto continuo delle Micòrrize essenziali per la vita delle piante. Nel Parco di Coto Donana, in Spagna, gigantesche Querce da sughero vecchie di molti secoli vegetano indisturbate senza che nessuno osi spezzare il più piccolo ramo: ed offrono immense possibilità di sviluppo alla fauna più incredibile, dalla Cicogna all'Aquila imperiale, dalla Lince pardina alla Genetta. Nel Parco Nazionale dell'Engadina, in Svizzera, i tronchi di Pino silvestre schiantati dalla neve o dal vento giacciono al suolo, espressione d'una natura libera non controllata dall'uomo. Qualcuno, vedendoli mezzo secolo fa, preconizzò terribili disastri e micidiali infestazioni di parassiti: invece la storia, in questi anni, ha dato ancora una volta ragione alla natura, e nell'intrico di questi tronchi si sono diffusi Cervi, Caprioli, Martore, Scoiattoli, Picchi, Nocciolaie e mille altri esseri viventi, mentre il bosco riprende a vegetare sempre più rigoglioso. Anche nel Canada si è compreso che il Caribù non potrebbe sopravvivere, durante i lunghi inverni, senza i Licheni che incrostano soltanto i vecchi tronchi che superino certe dimensioni. E, assai più vicino a noi, varrebbe la pena di riflettere sul fatto che l'Orso bruno marsicano , in certi periodi dell'anno, deve ricorrere al frutto del faggio di cui è goloso, ma che può essere prodotto in abbondanza solo dalle piante più grandi e maestose. Oltre al significato ecologico e naturalistico, anche il valore storico e culturale dei patriarchi della natura non può essere sottovalutato o trascurato. Come non pensare, ad esempio, che alcuni di questi alberi erano già cresciuti quando Mosè fuggì dall'Egitto, quando Romolo fondò Roma o quando nacquero Budda e Confucio? Ad ogni modo, e malgrado gli sforzi del WWF e del Centro Studi Ecologici Appenninici del Parco Nazionale d'Abruzzo nel quadro dell'Operazione Grande Albero, la ricerca, l'individuazione e la protezione effettiva dei "patriarchi verdi" procedono con eccessiva lentezza, grazie agli sforzi generosi e disinteressati di pochi appassionati e di rare autorità pubbliche. Troppo spesso, dei giganti ultrasecolari non è rimasto che il ricordo, mentre sarebbe stato di grande arricchimento, per noi e per le generazioni future, conservare e venerare queste parti viventi della nostra storia, in cui affondano le nostre stesse radici. È essenziale infatti che i vecchi alberi non costituiscano oggetto soltanto di cataloghi costosi o foto patinate, ma vengano fatti conoscere, perché le misure ufficiali di tutela, unite al "controllo sociale" della collettività, corrispondente ad un più elevato grado di civiltà e di percezione dell' ambiente in cui viviamo, rappresentano l'unica solida garanzia per il loro avvenire. Normalmente, quando ci si domanda quale sia il più vecchio albero d'Italia, la risposta cade sul famoso gigantesco Castagno dei Cento Cavalli (Castanea sativa), sulle pendici dell'Etna, al quale la voce popolare attribuisce un'età dai 2.000 ai 4.000. Secondo i forestali, invece, il primato spetterebbe all'enorme Olivo di Sant'Antonio di Gallura (Olea europaea), in Sardegna, la cui età, in base alle stime degli esperti, dovrebbe aggirarsi intorno ai 3.000 anni. Di poco inferiore risulterebbe la vetustà dei celebri esemplari di Larice (Larix decidua) di Val d'Ultimo, presso il Parco Nazionale dello Stelvio,- su uno dei quali sarebbero stati contati anelli corrispondenti ad oltre 2.000 anni. Va tuttavia precisato che, in tutti questi casi, si tratta semplicemente di conteggi approssimativi, o . addirittura di stime induttive, che non hanno valore scientifico assoluto e potrebbero anche divergere notevolmente dalla realtà. Non sempre, infatti, le dimensioni notevoli di un albero costituiscono un sicuro indicatore di avanzata vecchiaia, perché come è noto le piante registrano accrescimenti assai rapidi e consistenti in condizioni di clima e suolo particolarmente favorevoli, dimostrando in tali casi età assai maggiori di quelle effettive. Se ci si riferisce invece alle datazioni obiettivamente "sicure", effettuate con l'analisi scientifica "dendrocronologica", il primato assoluto italiano spetta finora a un Pino loricato (Pinus leucodennis) del Pollino, in Calabria, che all'analisi dendrocronologica svolta dal Centro Studi Ecologici Appenninici ha rivelato un'età di 950 anni, ed è quindi senza dubbio il più vecchio albero, scientificamente datato, che si conosca in Italia. Anche a livello internazionale, il "mistero" dell'età delle piante costituisce materia di vivaci dibattiti, ed è oggetto di studi sempre più approfonditi in ogni parte del mondo. Si sa che la Sequoia gigante (Sequoiadendron giganteum) può raggiungere 2.500 anni di vita, ed età simili o di poco inferiori sono state talvolta ipotizzate per altri alberi di gigantesche proporzioni, come il Baobab africano (Adansonia digitata) o la Criptomeria del Giappone (Cryptomeria japonica). Il Cipresso Tarout del Tassili (Cupressus dupreziana), nel Sahara, conta sicuramente; intorno ai 1.500 anni, quanti se ne attribuiscono alla singolare Weltwischia mirabilis del deserto del Namib. Recentemente un grosso esemplare di Pino di Huo'n (Lagarostrobus franklini), endemico della Tasmania, si è visto attribuire la consistente età di 2.200 anni. Se si considerano invece non i singoli individui vegetali, ma i loro "doni", e cioè le successioni riproduttive identiche e ininterrotte, si deve riconoscete che "la cosa vivente più vecchia del mondo" non è un albero, ma un arbusto del genere Larrea, o secondo altri un cespuglio del genere Gaylussacia, degli Stati Uniti d'America, la cui origine è ritenuta vecchia di l0 o 20 millenni. D'altro canto, anche alle formazioni sottomarine di Fanerogame come le Posidonia, e a quelle forestali ed alto montane di Crittogame, come certi Funghi del genere Armillaria e Licheni come Lecanora, Cladonia, Rhizocmpon ed altri, sono state assegnate età notevoli che, nel caso di esemplari o formazioni eccezionalmente grandi, corrisponderebbero a varie migliaia di anni. Secondo alcuni studiosi, una specie della Groenlandia potrebbe giungere addirittura a 4.500! Per restare però nel campo degli alberi sicuramente datati, non si può non ricordare lo straordinario Pino longevo (Pinus longaeva), delle Montagne Bianche della California, che sfiora senza dubbio i 5.000 anni di vita, e che rappresenta quindi l'albero più vecchio vivente sulla Terra, meritando appieno la denominazione di Matusalemme.

La campagna per la Biodiversità
"Biodiversità" è un termine coniato recentemente e, dal punto di vista del lessico italiano, forse neppure molto appropriato. Nella nostra lingua, infatti, il concetto di "diversità" esprime un termine relativo, un raffronto tra due o più elementi: mentre nell'intenzione dei biologi stranieri che lo hanno lanciato, questo concetto corrisponde invece all'idea di "varietà" degli organismi, di molteplicità delle specie, di ricchezza di vita (per cui sarebbe stato più esatto parlare semplicemente di "biovarietà": ma, come spesso accade, l'accezione anglofona, benché meno precisa in altre lingue, sembra essersi ormai rapidamente diffusa, forse irreversibilmente, in tutto il mondo). La varietà e la ricchezza del pianeta possono essere oggi percepite sotto tre approcci o angoli visuali: la diversità delle specie viventi, vale a dire la ricchezza di entità animali e vegetali, o taxa diversi, ovvero il numero totale di specie all'interno d'un ecosistema; la diversità genetica, ovvero la variabilità all'interno della stessa specie, che dà ad essa la flessibilità per adattarsi a nuove condizioni, e quindi evolversi; la diversità dell'ecosistema, e cioè la varietà di comunità di diverse specie, che crescono ed interagiscono insieme in un determinato "habitat'. La salvaguardia della biodiversità richiede oggi, accanto agli sforzi per creare Parchi Nazionali ed altre Aree protette, e per promuovere una più oculata gestione degli eco sistemi nei luoghi ricchi e interessanti della T erra per flora e vegetazione (conservazione in siti), anche una notevole quantità di interventi artificiali dell'uomo, condotti con impegno sorretto dalla più avanzata ricerca scientifica, in quegli speciali laboratori, collezioni ed esposizioni didattiche all' aperto che sono i Giardini Botanici (conservazione ex situ). Esistono attualmente nel mondo circa 1.600 tra Giardini Botanici, Orti Botanici, Arboreti ed altre simili istituzioni: essi vengono visitati ogni anno da oltre 100 milioni di persone in media, e non è quindi difficile comprendere il ruolo essenziale che possono svolgere nella tutela delle specie vegetali e nella stessa promozione d'una moderna cultura della conservazione. I più antichi Orti Botanici del mondo sono sorti proprio in Italia, a Pisa, a Padova e a Firenze nel Rinascimento: benché abbiano conosciuto fasi di sviluppo migliore, ancor oggi queste istituzioni - che nel nostro Paese contano 26 Orti Botanici universitari, 3 Arboreti e 20 Giardini extra universitari - svolgono un ruolo importante per la conservazione di specie vegetali rarissime, tra cui basterà ricordare Abies nebrodensis, Woodwardia radicans ed Encephalartos woodi. Ben più ampio, tuttavia, risulta il ruolo assicurato in questo campo dagli Orti stranieri, tra cui spicca per eccellenza il grande Giardino Botanico di Kew presso Londra: le cui raccolte contengono 90.000 "accessioni" documentate, corrispondenti ad oltre 38.000 taxa botanici, che rappresentano il 15% di tutte le specie di piante da fiore conosciute nel mondo. Vi sono a Kew almeno 6 specie estinte allo stato selvatico, e circa 3.000 che risultano comprese nella Lista Rossa dell'UICN (Unione Mondiale per la Natura). Quanto al numero complessivo delle entità vegetali esistenti nel mondo, si sa che l' Indice delle piante superiori ovvero Spermatofìte (Fanerogame, o piante da fiore) e Pteridofite (Felci), comprende ormai circa l milione di nomi, corrispondenti a qualcosa come 250.000 specie. Aggiungendo ad esse le Briofite (Muschi), le Micofite (Funghi), i Licheni e le Batteriofite (Batteri) si superano . largamente le 300.000: di queste si conosce bene soltanto un' esigua minoranza, si hanno nozioni approssimative di circa 50.000 specie, mentre di tutte le altre piante si conosce appena il nome, qualcosa della distribuzione geografica e qualche dettaglio descrittivo. E nel frattempo gli scienziati continuano a descrivere nuove entità, aggiungendo ogni anno all'Indice delle piante altri 6.000-7.000 nuovi nomi. Complessivamente, si può ragionevolmente ritenere che il Regno Vegetale comprenda almeno 380.000 entità scientificamente individuate e descritte. L'Italia, con oltre 5.600 specie di piante spontanee, comprende circa la metà della flora dell'intera Europa, valutata a circa 1l.000 entità: e ciò nonostante abbia una superficie territoriale d'appena 1/80 rispetto a quella del continente. Anche rispetto agli altri Stati europei, la biodiversità della flora italiana presenta valori eccezionali, occupando uno dei primi posti in assoluto. La strategia di tutela elaborata dal WWF per far fronte ad esigenze così vaste e complesse comprende interventi di conservazione in siti ed ex situ, educazione ambientale e promozione socio­culturale, o per meglio dire "ecosociologica". Così nella più recente iniziativa ideata d'intesa con il Centro Studi Ecologici Appenninici, il Progetto Flora Pontina, l'intento di salvare le testimonianze residue di quèlla che fu la lussureggiante e preziosa vegetazione delle Paludi Pontine e delle zone limitrofe viene perseguito con diversi approcci. Si cerca di salvare gli ambienti umidi dove vivono le piante più preziose, come Osmunda regalis Nymphaea alba, Nuphar luteum, Hybiscuspalustris, Hybiscus (Kosteletzkya) pentacarpos, Hipomoea sagittata e via dicendo: ma al tempo stesso si raccolgono semi e parti di tali piante per costituirne un Vivaio presso lo storico Giardino di Ninfa, e attorno ad esso si cerca di innescare un processo di informazione, educazione e sensibilizzazione, Le piante del Vivaio, facilmente visibili e riproducibili, dovranno essere insomma le ambasciatrici a sostegno della creazione di Riserve Naturali, in grado di proteggere le loro progenitrici nei territori d'origine, Per concludere, dunque, non resta che raccogliere il messaggio verde e porre tutte le nostre capacità al servizio della natura, frenando ogni assalto agli ecosistemi e ai paesaggi vegetali e inaugurando l'era della loro salvaguardia. Invertire il corso della storia della lunga lotta dell'uomo ai danni del proprio pianeta non sarà comodo ne' facile, ma è assolutamente necessario. Altrimenti, al posto della Terra variopinta e ricca di vita che ci è giunta in eredità, potremmo consegnare ai posteri uno squallido globo inabitabile e desolato.
Roma, Ottobre 1992
Franco Tassi


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